Il vestito

La scelta dell’abito giusto per questa occasione è stata lunga e complicata. Da molti anni mi vestivo solo per i suoi occhi, anche quando sapevo quasi per certo che lui non sarebbe stato presente. In qualche modo, esisteva sempre la possibilità che la sua presenza adorabile si manifestasse all’improvviso, per me, soltanto per me, e allora mi avrebbe vista e… immaginando quel momento, ghignavo di fronte allo specchio, schernendo con ferocia le mie speranze perché erano così vere da farmi tremare nelle ossa.

Quindi fra me e me scomponevo e ricomponevo ogni dettaglio dell’abbigliamento, simulando l’immagine impalpabile che la mia figura avrebbe proiettato nella sua mente. A volte ero molto soddisfatta, e potevo quasi sentire i complimenti nella sua voce, come se fosse stato accanto a me; altre volte invece mi pareva di essere io stessa a gridarli, da sola, per coprire un coro di «Sei ridicola, ridicola, ridicola!». E di questo coro faceva parte anche lui; come in sordina, all’inizio, ma quando l’eco delle voci anonime si esauriva, la sua risuonava più forte.

Anche così vestirsi era molto difficile. Ogni giacca, ogni gonna, ogni scarpa, ogni nastro nei capelli dovevano essere giudicati in questo tribunale. Ma alla fine un verdetto era raggiunto, e potevo uscire. Ora invece è come se fossi diventata cieca, perché con nessuno sforzo della fantasia riesco a vedermi attraverso i suoi occhi. Tutti gli abiti mi sembrano uguali. Sono tentata dalla sciatteria, ma non vorrei fare concorrenza a Freddie. Povera ragazza, lei è la vedova e ha diritto a prendersi qualche libertà, ma io non posso presentarmi vestita di stracci. Anche se il mio lutto è più profondo e immacolato del suo.

Alla fine ho lasciato scegliere il passato. Ho preso lo stesso vestito del funerale del vecchio Randall l’anno scorso. Nero, con un modesto scollo quadrato decorato da un filo sottilissimo di pizzo, le maniche leggermente a sbuffo e la gonna sotto il ginocchio. Forse lui si meritava qualcosa di più speciale, da indossare una volta e poi gettare via o chiudere in una teca, ma non ce la faccio. Non ha importanza. L’abito non è male, anche se la luce piatta e impietosa di questo luglio soffocante annulla i morbidi riflessi del tessuto mikado di seta. Mi sta anche un po’ stretto in vita, e rimpiango di averlo fatto regolare dalla sarta. Non ha importanza. Sto sudando dentro le calze. Non ha importanza.

L’ora è arrivata. Scendo le scale, e il mio autista è già accanto alla portiera della macchina. Mi siedo dietro e in silenzio mi lascio trasportare al cimitero.